Simboli, linguaggio, riti: perché decifrarli serve a scuole e famiglie
Una delle parti a cui ho dedicato più attenzione in Pandillas è la decodifica del codice culturale delle bande: i simboli, il linguaggio in codice, i riti di affiliazione e appartenenza. Non è un dettaglio folkloristico. È lo strumento concreto che permette a chi lavora con gli adolescenti — insegnanti, educatori, genitori, operatori dei servizi sociali — di riconoscere per tempo un fenomeno che altrimenti resta invisibile fino a quando non è già consolidato.
Un codice che cambia, ma lascia tracce
Ogni banda ha un proprio sistema di segni: gesti, colori, numeri, abbigliamento, tatuaggi, soprannomi. Questo codice serve al gruppo per riconoscersi e per marcare un territorio, reale o simbolico. Cambia nel tempo, si adatta, prende in prestito elementi da altre culture giovanili — ma lascia sempre delle tracce riconoscibili, per chi sa cosa cercare.
Nelle indagini che ho seguito a Milano, la conoscenza di questo codice è stata spesso decisiva tanto quanto le intercettazioni o i pedinamenti: capire cosa significava un determinato simbolo o un determinato gesto ha permesso di ricostruire gerarchie e responsabilità all'interno dei gruppi.
Perché questo lavoro serve fuori dalle indagini
Quando incontro studenti e insegnanti nelle scuole, il messaggio che porto è lo stesso: non serve allarmismo, serve consapevolezza. Un insegnante che nota un cambiamento nel linguaggio o nell'abbigliamento di uno studente, senza saperlo interpretare, rischia di non intervenire in tempo. Conoscere il codice — senza esserne ossessionati — è il primo passo per fare prevenzione reale, prima che un ragazzo sia già dentro un gruppo da cui è difficile uscire.
← Torna all'Osservatorio