Dal quartiere al gruppo: come nasce l'affiliazione a una gang
Nessuno si affilia a una pandilla da un giorno all'altro. È un processo che parte spesso da qualcosa di apparentemente innocuo: un gruppo di ragazzi dello stesso quartiere, la stessa origine, la stessa lingua, che si ritrovano perché condividono una condizione — penso ai giovani di seconda generazione che, arrivati in Italia o nati qui da famiglie sudamericane, faticano a trovare un punto di riferimento tra la cultura di origine dei genitori e quella del paese in cui vivono.
In quel vuoto si inserisce il gruppo. Offre quello che a molti adolescenti manca altrove: appartenenza, protezione percepita, uno status, una gerarchia in cui contare qualcosa. È lo stesso meccanismo che rende attrattive tante forme di aggregazione giovanile deviante, non solo le pandillas — solo che qui il gruppo ha già una struttura pronta, importata da esperienze criminali maturate altrove, con simboli, riti e regole già codificati.
Perché è difficile uscirne
Una volta dentro, l'affiliazione non è solo sociale: comporta spesso un rito di ingresso, un debito simbolico o materiale verso il gruppo, un nome nuovo, un territorio da difendere. Uscire significa rompere un legame che ha sostituito, per quel ragazzo, la famiglia o la scuola. È per questo che il lavoro di prevenzione è così più efficace del lavoro di repressione: intervenire prima che il legame si consolidi.
Cosa può fare chi lavora con gli adolescenti
Nel mio lavoro nelle scuole insisto sempre su un punto: i segnali di un'affiliazione in corso sono riconoscibili — un cambio improvviso di frequentazioni, l'uso di simboli o abbigliamento specifici, un linguaggio nuovo. Riconoscerli in tempo, senza allarmismo ma con attenzione, è lo strumento più concreto che famiglie e insegnanti hanno a disposizione.
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