Devianza giovanile

Cos'è il co-offending, e perché aiuta a capire le pandillas

Walter Massimiliani — Osservatorio · 2 min di lettura · Ultimo aggiornamento: luglio 2026

Quando si parla di gang giovanili, si tende a immaginare subito una struttura rigida, con capi, gradi e regole scritte. Nella realtà, quasi tutte le organizzazioni criminali che coinvolgono adolescenti nascono da qualcosa di molto più semplice: il co-offending, cioè la tendenza a commettere reati in gruppo anziché da soli.

È un dato ricorrente in criminologia: i minori che delinquono lo fanno quasi sempre insieme ad altri coetanei. Un furto, un pestaggio, uno spaccio occasionale nascono spesso da una dinamica di gruppo — la pressione dei pari, il bisogno di appartenenza, la ricerca di uno status all'interno del proprio quartiere o della propria scuola.

Dal gruppo informale alla struttura organizzata

Il passaggio pericoloso è quello dal gruppo informale — pochi amici che commettono reati insieme, senza una vera gerarchia — a una struttura stabile, con ruoli definiti, riti di affiliazione, simboli di riconoscimento e regole interne. È esattamente questo il percorso che ho ripercorso in Pandillas, analizzando le indagini della Squadra Mobile di Milano dal 2006 a oggi: gruppi di ragazzi che, nel tempo, si sono trasformati in sodalizi criminali strutturati e transnazionali.

Capire il co-offending non serve solo a chi indaga. Serve a chi lavora nelle scuole, alle famiglie, agli educatori: riconoscere i primi segnali di un gruppo che sta scivolando verso comportamenti devianti è il modo più efficace per intervenire prima che la situazione si consolidi.

Perché è un tema che attraversa tutta la mia attività

Da investigatore ho visto come nascono questi gruppi sul campo. Da docente universitario e nelle scuole, cerco di trasmettere gli strumenti per riconoscerli in tempo. È il filo conduttore tra il mio lavoro di polizia giudiziaria, la docenza presso l'Università G. d'Annunzio di Chieti-Pescara e gli incontri che tengo nelle scuole dal 2018.

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